Il codice genetico del suono
Una conversazione con Roberta Vacca
G
La silloge delle tue composizioni raccolte in questo disco segue un’architettura molto rigorosa: nove brani, suddivisi in tre gruppi, ognuno dei quali costituito da un organico simile: tre per pianoforte solo, tre per ensemble vocale e tre, infine, destinati agli archi. L’impaginazione della raccolta sembra dunque l’esito di un preciso lavoro di composizione di carattere quasi “matematico”.
R
In realtà alla base di questo progetto c’è il mio interesse compositivo e sonoro per le corde vibranti dei miei strumenti “favoriti”: le voci, gli archi e il pianoforte. La struttura ternaria del disco è quindi nata in modo naturale e spontaneo. La cifra “tre”, poi, è legata ad una sorta di cabala “privata” che mi ha sempre colpito: io sono nata il 3 marzo e il mio amatissimo maestro, Azio Corghi, è invece nato il 9 marzo. Tra i due “3” del titolo avrei dunque voluto inserire un punto oppure un trattino, per alludere ad una data. Alla fine ho scelto invece la X che richiama la possibilità di moltiplicare quel numero per sé stesso, forse anche all’infinito per passare dalla mia data di nascita a quella del mio Maestro.
G
Uno dei nodi gordiani, dunque quasi impossibili da sciogliere, della musica del nostro tempo è quello delle “affinità pericolose” tra il suono del presente e quello del passato. E in effetti ben sei dei nove lavori di 3X3 intrattengono una relazione più o meno stretta con opere e compositori della tradizione europea. La tua definizione di “passato” però non è affatto convenzionale: tu infatti sostieni, in una nota, di lavorare sul
codice genetico
delle singole opere di cui ti “appropri”.
R
Sì, significa che io estraggo innanzitutto dal corpo dell’opera del passato un codice specifico: un ritmo, una tema, una frase, a volte anche una sola nota. E poi cerco di trasformare, di espandere quella traccia genetica secondo la mia immaginazione musicale. In
Dark Sun,
ad esempio estraggo il “sol diesis” intorno al quale ruota l’Adagio sostenuto della
Sonata op. 27 n.2
di Beethoven (la cosiddetta Sonata “Al chiaro di luna”) e ne faccio il perno per sviluppare sia il movimento iniziale delle terzine che il percorso ritmico e armonico originale. In
Seven,
invece, prendo spunto da un inciso della
Sinfonia a tre voci n. 7
di Bach che si trova al centro del brano e lo espando fino a formare una grande forma palindroma in cui la seconda parte del pezzo non è altro che la retrogradazione della prima. Insomma, sono tutti modi di rileggere il passato attraverso la lente di ingrandimento della contemporaneità.
G
Queste acute, accurate metamorfosi del codice genetico delle opere del passato mettono al riparo la tua musica, innanzitutto, da ogni forma di vuoto e banale “citazionismo”. Ma si ha anche la sensazione che i tuoi lavori siano l’esito di un ascolto costante di tutte le possibili “rifrazioni” attuali di quel tempo lontano. E da qui, da questa “concretezza” percettiva, deriva anche, mi sembra, la forte fisicità della tua scrittura sonora.
R
È vero: una fisicità che si coniuga sempre, però, con un altrettanto intensa e necessaria gestualità del suono. Ai cantanti e agli strumentisti io chiedo sempre un coinvolgimento che passi attraverso il loro fisico di performer usandolo come corpo sonoro. Affido loro piccoli strumenti, prevedo movimenti, azioni che inevitabilmente imprimono una forte dimensione teatrale, o para teatrale, ad ogni mio lavoro.
G
A proposito di teatro. I tre pezzi destinati all’ensemble vocale intonano ovviamente altrettanti testi “specifici”. Ma anche in alcuni dei lavori strumentali come
controdanza
o come un’orazione si coglie in trasparenza la presenza di elementi testuali più o meno cogenti. Come se tu avessi sempre o quasi sempre bisogno di una “guida” testuale.
R
Sì, per me ogni lavoro è un racconto. E io sento sempre la necessità di un testo capace di guidare la mia narrazione. Per disporre nel tempo le mie invenzioni sonore ho bisogno di una struttura, di una architettura preesistente, che solo un testo mi può fornire. Ovviamente non intono mai le frasi, i periodi, i versi in modo lineare, seguendo la metrica e la prosodia. Al contrario estraggo alcune parole chiave, le scompongo, le ricompongo, le riduco a frammenti o a suoni isolati. In
solo gocce di memoria,
ad esempio, i versi de
La pioggia nel pineto
di D’annunzio si trasformano in suoni interrotti, sospesi, ripresi, ripetuti in modo a volte ridondante. Oppure in
NARCIsum
il testo delle
Metamorfosi
di Ovidio viene stratificato su tre livelli diversi: voce parlata, ritmata e cantata, intrecciando la lingua latina con quella italiana. In un gioco continuo tra il significato e il senso delle parole, tra l’avvicinamento e l’allontanamento dalla realtà.
Guido Barbieri
-Released 19th December 2025-
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Il codice genetico del suono
Una conversazione con Roberta Vacca
G
La silloge delle tue composizioni raccolte in questo disco segue un’architettura molto rigorosa: nove brani, suddivisi in tre gruppi, ognuno dei quali costituito da un organico simile: tre per pianoforte solo, tre per ensemble vocale e tre, infine, destinati agli archi. L’impaginazione della raccolta sembra dunque l’esito di un preciso lavoro di composizione di carattere quasi “matematico”.
R
In realtà alla base di questo progetto c’è il mio interesse compositivo e sonoro per le corde vibranti dei miei strumenti “favoriti”: le voci, gli archi e il pianoforte. La struttura ternaria del disco è quindi nata in modo naturale e spontaneo. La cifra “tre”, poi, è legata ad una sorta di cabala “privata” che mi ha sempre colpito: io sono nata il 3 marzo e il mio amatissimo maestro, Azio Corghi, è invece nato il 9 marzo. Tra i due “3” del titolo avrei dunque voluto inserire un punto oppure un trattino, per alludere ad una data. Alla fine ho scelto invece la X che richiama la possibilità di moltiplicare quel numero per sé stesso, forse anche all’infinito per passare dalla mia data di nascita a quella del mio Maestro.
G
Uno dei nodi gordiani, dunque quasi impossibili da sciogliere, della musica del nostro tempo è quello delle “affinità pericolose” tra il suono del presente e quello del passato. E in effetti ben sei dei nove lavori di 3X3 intrattengono una relazione più o meno stretta con opere e compositori della tradizione europea. La tua definizione di “passato” però non è affatto convenzionale: tu infatti sostieni, in una nota, di lavorare sul
codice genetico
delle singole opere di cui ti “appropri”.
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R
Sì, significa che io estraggo innanzitutto dal corpo dell’opera del passato un codice specifico: un ritmo, una tema, una frase, a volte anche una sola nota. E poi cerco di trasformare, di espandere quella traccia genetica secondo la mia immaginazione musicale. In
Dark Sun,
ad esempio estraggo il “sol diesis” intorno al quale ruota l’Adagio sostenuto della
Sonata op. 27 n.2
di Beethoven (la cosiddetta Sonata “Al chiaro di luna”) e ne faccio il perno per sviluppare sia il movimento iniziale delle terzine che il percorso ritmico e armonico originale. In
Seven,
invece, prendo spunto da un inciso della
Sinfonia a tre voci n. 7
di Bach che si trova al centro del brano e lo espando fino a formare una grande forma palindroma in cui la seconda parte del pezzo non è altro che la retrogradazione della prima. Insomma, sono tutti modi di rileggere il passato attraverso la lente di ingrandimento della contemporaneità.
G
Queste acute, accurate metamorfosi del codice genetico delle opere del passato mettono al riparo la tua musica, innanzitutto, da ogni forma di vuoto e banale “citazionismo”. Ma si ha anche la sensazione che i tuoi lavori siano l’esito di un ascolto costante di tutte le possibili “rifrazioni” attuali di quel tempo lontano. E da qui, da questa “concretezza” percettiva, deriva anche, mi sembra, la forte fisicità della tua scrittura sonora.
R
È vero: una fisicità che si coniuga sempre, però, con un altrettanto intensa e necessaria gestualità del suono. Ai cantanti e agli strumentisti io chiedo sempre un coinvolgimento che passi attraverso il loro fisico di performer usandolo come corpo sonoro. Affido loro piccoli strumenti, prevedo movimenti, azioni che inevitabilmente imprimono una forte dimensione teatrale, o para teatrale, ad ogni mio lavoro.
G
A proposito di teatro. I tre pezzi destinati all’ensemble vocale intonano ovviamente altrettanti testi “specifici”. Ma anche in alcuni dei lavori strumentali come
controdanza
o come un’orazione si coglie in trasparenza la presenza di elementi testuali più o meno cogenti. Come se tu avessi sempre o quasi sempre bisogno di una “guida” testuale.
R
Sì, per me ogni lavoro è un racconto. E io sento sempre la necessità di un testo capace di guidare la mia narrazione. Per disporre nel tempo le mie invenzioni sonore ho bisogno di una struttura, di una architettura preesistente, che solo un testo mi può fornire. Ovviamente non intono mai le frasi, i periodi, i versi in modo lineare, seguendo la metrica e la prosodia. Al contrario estraggo alcune parole chiave, le scompongo, le ricompongo, le riduco a frammenti o a suoni isolati. In
solo gocce di memoria,
ad esempio, i versi de
La pioggia nel pineto
di D’annunzio si trasformano in suoni interrotti, sospesi, ripresi, ripetuti in modo a volte ridondante. Oppure in
NARCIsum
il testo delle
Metamorfosi
di Ovidio viene stratificato su tre livelli diversi: voce parlata, ritmata e cantata, intrecciando la lingua latina con quella italiana. In un gioco continuo tra il significato e il senso delle parole, tra l’avvicinamento e l’allontanamento dalla realtà.
Guido Barbieri
1- solo gocce di memoria
Un fiume di parole in un turbinìo di note che scorrono insieme così come spesso s’accavallano le immagini dei ricordi nella memoria: interrotte, sospese, riprese, ripetute in maniera ridondante, ridotte a fonemi/frame, a suoni/momenti fugaci, a gocce…lacrime di emozioni.
Taci! Non odo / dici / odo / parlano gocciole. Ascolta! Piove / schiude / t'illuse / m'illude. Odi? La pioggia cade / crepitío che dura e varia nell'aria. Ascolta! Risponde al pianto il canto delle cicale / impaura. Ascolta! Cresce / si mesce / più roco sale / s'allenta / si spegne / sola una nota ancor / trema / si spegne / risorge / trema / si spegne / non s'ode / s'ode crosciare / la pioggia che monda / il croscio che varia. Ascolta! Canta / piove / par pianga / par esca / congiunti / disciolti / allaccia / c'intrica / piove / schiude / m'illuse / t'illude. Taci!
da
Memoires “da remoto travasa il vuoto”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
2- seven
Il brano prende spunto da J. S. Bach (sinfonia n 7) di cui ho utilizzato i due rispettivi incisi iniziali, considerandone altezze e ritmo. E’ una grande forma palindroma, in uno stile contrappuntistico piuttosto libero, in cui le due battute centrali, ben riconducibili a Bach oltre per quanto già detto anche per tonalità, creano il perno d’inversione.
da
L’analisi e la sintesi “A farli bene i conti/sono pari/niente punti”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
3- controdanza
Una melodia, quasi improvvisata, con piccoli interventi sonori collaterali che sottolineano l’urgenza performativa di una sola persona che è ‘una e multipla’ di se stessa e che ricerca, senza pause, l’unisono col canto (finale, dalla lauda celestiniana ‘O aquilani assai obligati sete’ di autore anonimo) all’interno di sovrapposizioni sonore in cui il ritmo incalzante del corpo sonoro spinge sempre in avanti il tempo di una danza ‘immobile’.
da
O Cavaliere “Di mosso pede/in fredda luce/bianca”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
4- NARCISsum
Il testo di Ovidio è stato diviso su tre livelli, sia sonori che semantici: voce parlata, ritmata e cantata, così come il testo propone livelli di racconto, di azione e di commento, con l’uso della lingua originale latina, della sua traduzione italiana e di altre intrusioni fonetiche, in un intreccio di timbri e registri confusi tra maschile e femminile.
Questo gioco (da ‘Pur ti miro, pur ti godo’ di C. Monteverdi) è volto a confondere l’aspetto reale (narrativo) con quello soggettivo, che a volte si fa specchio di quello precedente, a volte se ne allontana con nuove rifrazioni sonore: manifestazione della costante inquietudine tra volersi specchiare nella realtà (o in quella che si crede tale!) e volersene allontanare.
Lirìope, bellissima ninfa, violentata da Cefìso, un bambino aveva partorito, che già appena nato meritava di essere amato: Narciso! Tirèsia, interrogato se Narciso a vecchiaia fosse arrivato, rispose: “Sì, se non noverit!” Non conoscerà se stesso: Narciso. Multi illum iuvenes, multae cupiere puellae, sed, fuit in tenera tam dura superbia forma, nulli illum iuvenes, nullae tetigere puellae. Oh! No! Molti giovani, molte fanciulle lo desiderarono ma quella tenera bellezza era di una superbia così ostinata che nessun giovane, nessuna fanciulla mai lo toccò. “Sic amet ipse licet, sic non potiatur amato!” No! “Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!” Fons erat inlimis nitidis argenteus undis. Hic puer venandi lassus, dumque sitim sedare cupit sitis altera crevit. C’era una fonte senza un filo di fango, dalle acque argentate e trasparenti. Qui il fanciullo, spossato dalle fatiche, si getta bocconi ma mentre cerca di sedare la sete, un’altra sete gli cresce. Corpombracquamore! Narciso! Crede sia un corpo quell’ombra sull’acqua, cerca un amore che corpo non ha. Come due stelle i suoi occhi, capelli e collo e bocca di gemma. Più si rimira e più s’innamora: lo specchio d’acqua lo inganna ognora. Si rimira. S’innamora. S’inganna. Sì! “Pur ti miro, pur ti godo!” Se cupit, imprudens! Petit! Petitur! Accendit et ardet! Oscula fonti! Desidera, senza saperlo, se stesso. Elogia ma è lui l’elogiato. E mentre brama, si brama. E insieme si accende e arde. Ah! Fonte ingannatrice! Afferrare? Non esiste! Ami? Fuggi? Svanisce! Narciso! Ingenuo, che stai a cercare l’immagine tua di afferrare? Quello che brami tu non esiste, quello che ami, se fuggi, svanisce. Imaginis umbra est. L’immagine è un’ombra. Sì! Con te se ne andrebbe se tu te ne andassi, lasciando nell’acqua solo sabbia e sassi. Sabbiaessassi! Exigua prohibemur aqua. Un sottile velo d’acqua li divide. Narciso! Cupit ipse teneri. E lui vorrebbe essere preso! “Dolci sguardi mi ricambi, lunghe braccia pur mi tendi stesse lacrime tu versi ma parole vuote mandi.” Non han suono i sentimenti. No! Non han suono! “Dovrei chiedere? Perché? Quel che bramo io l’ho in me.” Sì! Nunc duo concordes anima moriemur in una. Ora morremo congiuntamente, spirando, due, un’anima sola. Lacrimis turbavit aquas. Narciso! “Quo refugis? Remane, crudelis amantem!” Dolet, percussit pectora palmis. Sfinito dall’amore il corpo si consuma. E al sole, col tepore, all’acqua s’accomuna…e spunta lì, un fiore, giallo nel mezzo, bianca corolla di candore. Narciso!
da
Senza nome “Fantasma che veli l’acqua/statua che al sole staglia/vanità in tremula vasca”,
Cinzia Della Ciana: da Gutta Cavat, Helicon 2021
5- TiBi reloaded
Il brano prende spunto da un frammento Haendeliano (dalla Sarabanda in Re minore) per seguire una traiettoria compositiva del tutto personale, per ricaricare, appunto (Realoded) di nuovo carattere ciò che a tratti traspare tra le parti.
da
Pensavo a Pavese “quando si cerca se stessi/in un soffio di caldo e di cenere”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
6- iol
Un significato ‘multiplo’ (dalla lingua gallese) che parte dal centro di un cuore Viola che è il colore per il lutto…il fiore che spunta a Primavera…lo strumento…il nome di una donna. Un canto, quasi improvvisato, vocalizzato, nel tempo sospeso di uno stato quasi di trance, e punteggiato da piccoli interventi sonori. Una ninna-nanna che si eleva con l’urgenza di una richiesta di una sempre maggiore presenza di suono, che da lieve s’innalza quasi a voler rompere il ghiaccio della solitudine, della fredda terra d’inverno che il sole di una strana primavera riscalda, per espandersi dalle mura domestiche verso l’esterno di un mondo attraversato dalla vita, per rivendicare un’esistenza che, troppo spesso, a mala pena viene sfiorata da chi, a questo ‘melodiare’, non dedica il tempo ‘giusto’ per armonizzare. Da dentro (il respiro notturno borbottante nel kazoo) a fuori (i passi incerti), dal canto intimo al grido di dolore per i lutti e di gioia per le rinascite: col suo frullio cristallino di campanelli sempre ritorna Primavera…prima v’era e, nonostante tutto, ancora sarà…senza soluzione di continuità.
da
Cullami “lullaby rullami doglio e color/mescola onde pianti fallaci/lacrimami abbracci in fior”,
Cinzia Della Ciana (inedito)
7- Earthless
Il materiale musicale, così come il testo, prende forma partendo dall'aria 'When I'm laid' dell'opera di Henry Purcell 'Dido and Aeneas'.
Lavorare su questo testo, manipolandolo e cambiandone il senso spostando l'ordine delle parole (oltre all'introdurne alcune ex-novo) e' stato come immergersi in una visione dell'amore e della relazione amorosa, tanto coincidente quanto divergente in una duplice visione: Lui/Lei. I due si parlano, si cercano ma, a causa del proprio egoismo, si allontanano deliberatamente. I loro pensieri si sdoppiano in modo quasi schizofrenico che invita ora a guardare in faccia la realtà, ora a interrompere e dimenticare immagini dai contorni delicati e, al tempo stesso, a tinte forti.
When I’m laid on earth, may my wrongs create no trouble in thy breast. Remember me but forget my fate. Fate! I hate thy breast! Trouble, what trouble...but I’m laid, may my domain create (I hate!) pain! wrongs! Trouble, what trouble…Forget! But remember…Forget me!...when I’m laid on thy (my) breast…When thy breast creates my trouble, I remember: I forget my wrongs. No trouble! No more trouble. No more, no more. May my fate forget thy fate, forget thy breast, remember trouble. On thy breast…I remember…When wrongs are laid in my breast, I forget thy fate. Remember…May my breast forget thy fate! My fate! Forget! Thy breast! No more trouble! When I’m laid on thy breast, I forget my fate, thy breast…My fate forget thy breast. Thy breast creates my wrongs. My wrongs create my fate. My breast forgets thy fate. When wrongs are laid in my breast, I forget my trouble…When I’m laid on thy breast, I forget my trouble. May my breast forget thy fate! May my breast forget my wrongs! My wrongs! Thy breast! Forget my (thy) breast! Forget my wrongs! Forget my (thy) fate! Remember me! When wrongs create no trouble, may my head laid on thy breast. My head laid on thy breast. Remember: no more trouble in thy breast! Forget my wrongs! Remember me but not my wrongs…when I was wrong…on thy breast…When I’m laid on thy breast I forget all my trouble. What domains are not pain? …hate? (I hate!) (My head!)...laid on thy breast? (My fate!) All domains are pain…hate. No more laid on! (thy breast!) I want all…more!
da
Se Circe, se Orfeo “E mi singhiozza la mente/ai segni qua e là dispersi/nella fretta di uno sciatto/morire”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
8- dark sun
Questa ‘trasfigurazione’ beethoveniana (dal Primo Movimento della Sonata op. 27 n. 2), in onore dei 250 anni dalla nascita del grande compositore tedesco nel 2020, prende spunto dal I movimento di una delle sue Sonate più note: l’op. 27 n. 2, meglio conosciuta come “Al chiaro di Luna”. Vuole esserne, in realtà, quasi un preludio visto che i materiali utilizzati in maniera rapsodica rimandano, sia ritmicamente che melodicamente e armonicamente, all’originale che si può, dopo l’ultima battuta, eseguire, ad libitum, integralmente, oltre la già presente citazione delle prime quattro battute. Anche il titolo è un ‘negativo’ della traduzione inglese della sonata di Beethoven (Moonlight), quasi come lo yin e lo yang: due energie opposte, necessarie e che si completano a vicenda, dove l'esistenza di una dipende dall'esistenza dell'altra. Lo yin e lo yang rappresentano un simbolo di armonia che genera equilibrio e produce interazione tra le due stesse energie; proprio come per me, nel processo creativo, è presente un’organizzazione sempre più ‘armonica’ del materiale che utilizza la rilettura del passato, evidenziandone ed enfatizzandone solo alcuni elementi, attraverso la lente d’ingrandimento della contemporaneità.
da
Il raggio verde “non è il tramonto non dura un momento/il tempo illeso che regge il tuo corpo”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
9- come un’orazione
…il canto di due voci che si alternano accompagnandosi come in una danza…il notturno estivo che s’illumina e si consuma…il ricordo di un incontro come quello che sembra descritto nella breve poesia che ha ispirato la composizione di questo brano.
sera d’agosto
è come un’orazione
con te la barca
(Maria Grazia Maiorino)
da
Nobis “La sabbia non vuole lenti/gode del vento anche cieca”,
Cinzia Della Ciana: da CARTOliriche, Helicon 2025
Tracklist
1- solo gocce di memoria
(2022) - 03’49”
per ensemble vocale
testo liberamente tratto da ‘La pioggia nel pineto’ di Gabriele D’Annunzio
2- seven
(2020) - 02’41”
per pianoforte
3- controdanza
(2022) - 10’40”
per violino e corpo sonoro
4- NARCISsum *
(2018) - 13’25”
per voce recitante, strumentini a percussione e ensemble vocale
testo liberamente tratto e tradotto dalle ‘Metamorfosi’ di Ovidio
5- TiBi reloaded
(2021) - 08’10”
per pianoforte
6- iol
(2021) - 04’55”
per violista performer
7- earthless *
(2010) - 08’43”
per ensemble vocale
testo liberamente tratto da ‘Dido and Aeneas’ di Nahum Tate
8- dark sun
(2019) - 07’03”
per pianoforte
9- come un’orazione **
(2003) - 04’17”
per violoncello voce ad libitum e live elettronics
durata totale - 63’43”
Credits
Pianoforte
Silvia Paparelli
Viola
Anna Serova
Violino
Ginevra Bassetti
violoncello,voce e live elettronics
Flavia Massimo
Coro
Assolo Choir - direttrice Rita Alloggia
*
voce solista
Rita Alloggia,
viola da gamba
Giovanna Barbati
voce recitante
Andrea Carpiceci
ingegnere del suono
Cristian Paolucci, ** Fabio Cardone
mastering
Fabio Fochesato
Registrazioni effettuate presso
l’Auditorium Shigeru Ban
cortesemente messo a disposizione dal
Conservatorio di Musica ‘A. Casella’
di L’Aquila, eccetto
** studio
Odradek Records -The Spheres
Montesilvano (Pe)
foto di copertina
Luigi Cardi
design
Ettore Festa, Haunag Design
Prodotto da
Fabio Fochesato
per
Blue Seal Concept
Coordinamento produzione per
DGMW
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